Descrizione
Il Museo Stefano Bardini è un museo civico di Firenze, in Oltrarno, tra via de' Renai e piazza de' Mozzi. Raccoglie oltre 3600 opere dell'antiquario che lo costruì: sculture, dipinti, armi, tappeti e mobili.
Il palazzo è un collage. Intorno al 1881 Bardini lo costruì sul luogo dell'antica chiesa di San Gregorio della Pace, riusando pezzi comprati sul mercato: le cornici delle finestre vengono da una chiesa di Pistoia, lo stemma sopra la finestra grande dal duomo di Fiesole.
Dentro, le sale sono state pensate per ospitare soffitti staccati da edifici antichi, scaloni rimontati e frammenti inseriti ovunque. Le pareti sono di un blu intenso, il blu Bardini, ritrovato con il restauro del 2009 che ha rimesso tutto come nel 1922.
Le due sale al piano terra raccontano Firenze con opere salvate dalle sue strade. Il Cinghiale di Pietro Tacca è l'originale della fontana del Porcellino. Poi c'è il Marzocco, il leone che stava sull'architrave di Palazzo Vecchio.
Tra i capolavori, la Madonna dei Cordai di Donatello, la Carità di Tino di Camaino e il San Michele Arcangelo di Antonio del Pollaiolo. Ai piani alti trovi dipinti, bronzi, il Martirio di una santa di Tintoretto e trenta disegni di Tiepolo. Al piano ammezzato domina un grande crocifisso ligneo medievale.
Lungo lo scalone sono appesi tappeti antichi. Uno, lungo 7,50 metri, fu steso durante la visita di Hitler a Firenze nel 1938. Il palazzo, del resto, nacque già con un destino strano.
I fiorentini lo accolsero male. Un critico del 1885 scrisse che nessuna parte «lega con l'altra». Bardini non se ne curò e riempì le stanze di opere dal mondo antico al Barocco, con una predilezione per il Rinascimento.
Alla sua morte, nel 1922, lasciò tutto al Comune di Firenze. E il Comune fece subito una cosa che lui non avrebbe approvato: coprì di ocra le pareti blu che amava tanto.
Il blu, forse ispirato ai palazzi di San Pietroburgo visti da clienti russi, piaceva ai collezionisti stranieri e meno ai fiorentini. Per questo restò nascosto fin quasi ai nostri giorni, aiutato a riemergere da una lettera in cui Bardini ne svelava il segreto.
Da non perdere
• Il Cinghiale di Pietro Tacca.
• La Madonna dei Cordai di Donatello.
• Il San Michele Arcangelo di Pollaiolo.
• Il blu Bardini.
Lo sapevi?
• Bardini svelò il segreto del suo blu in una lettera a Isabella Stewart Gardner, la collezionista americana.
• Nel 1937 il museo si arricchì con la collezione Corsi, oltre seicento opere dal Duecento all'Ottocento.
Il palazzo è un collage. Intorno al 1881 Bardini lo costruì sul luogo dell'antica chiesa di San Gregorio della Pace, riusando pezzi comprati sul mercato: le cornici delle finestre vengono da una chiesa di Pistoia, lo stemma sopra la finestra grande dal duomo di Fiesole.
Dentro, le sale sono state pensate per ospitare soffitti staccati da edifici antichi, scaloni rimontati e frammenti inseriti ovunque. Le pareti sono di un blu intenso, il blu Bardini, ritrovato con il restauro del 2009 che ha rimesso tutto come nel 1922.
Le due sale al piano terra raccontano Firenze con opere salvate dalle sue strade. Il Cinghiale di Pietro Tacca è l'originale della fontana del Porcellino. Poi c'è il Marzocco, il leone che stava sull'architrave di Palazzo Vecchio.
Tra i capolavori, la Madonna dei Cordai di Donatello, la Carità di Tino di Camaino e il San Michele Arcangelo di Antonio del Pollaiolo. Ai piani alti trovi dipinti, bronzi, il Martirio di una santa di Tintoretto e trenta disegni di Tiepolo. Al piano ammezzato domina un grande crocifisso ligneo medievale.
Lungo lo scalone sono appesi tappeti antichi. Uno, lungo 7,50 metri, fu steso durante la visita di Hitler a Firenze nel 1938. Il palazzo, del resto, nacque già con un destino strano.
I fiorentini lo accolsero male. Un critico del 1885 scrisse che nessuna parte «lega con l'altra». Bardini non se ne curò e riempì le stanze di opere dal mondo antico al Barocco, con una predilezione per il Rinascimento.
Alla sua morte, nel 1922, lasciò tutto al Comune di Firenze. E il Comune fece subito una cosa che lui non avrebbe approvato: coprì di ocra le pareti blu che amava tanto.
Il blu, forse ispirato ai palazzi di San Pietroburgo visti da clienti russi, piaceva ai collezionisti stranieri e meno ai fiorentini. Per questo restò nascosto fin quasi ai nostri giorni, aiutato a riemergere da una lettera in cui Bardini ne svelava il segreto.
Da non perdere
• Il Cinghiale di Pietro Tacca.
• La Madonna dei Cordai di Donatello.
• Il San Michele Arcangelo di Pollaiolo.
• Il blu Bardini.
Lo sapevi?
• Bardini svelò il segreto del suo blu in una lettera a Isabella Stewart Gardner, la collezionista americana.
• Nel 1937 il museo si arricchì con la collezione Corsi, oltre seicento opere dal Duecento all'Ottocento.